Dai giorni di Jack Charlton alla debacle contro il Kosovo: il declino della nazionale racconta non solo una crisi tecnica, ma la trasformazione di un Paese nel quale sport gaelici e rugby hanno costruito sistemi sempre più forti, mentre il calcio ha pagato anni di ritardi, problemi infrastrutturali e la crisi della FAI
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C'è stato un tempo in cui l'Irlanda sembrava aver trovato nel calcio la sua grande favola nazionale. Era l'estate del 1988 quando una squadra vestita di verde arrivò per la prima volta alla fase finale di un Europeo. Due anni dopo sarebbe arrivata ai quarti di finale del Mondiale italiano e nel 1994, negli Stati Uniti, sarebbe tornata ancora tra le grandi. In panchina c'era Jack Charlton, inglese di nascita e irlandese per adozione, l'uomo che aveva trasformato una nazionale periferica in una storia mondiale.
Quella non era soltanto una squadra di calcio. Era un Paese che si riconosceva in una squadra.
Trentotto anni dopo, l'Irlanda è ancora alla ricerca di quella dimensione. Il dato più recente è impietoso ma non definitivo: la Repubblica d'Irlanda ha perso 1-0 a Pristina contro il Kosovo, nella prima partita della UEFA Nations League.
Eppure il calcio irlandese non è uno sport morto. Nel terzo trimestre del 2025 era ancora lo sport di squadra più praticato nel Paese: 4,7% della popolazione tra 15 e 74 anni, contro il 3,9% del calcio gaelico, il 2,2% di hurling e camogie e lo 0,7% del rugby. Tra i giovani tra 15 e 24 anni, calcio e calcio gaelico erano addirittura appaiati al 13,6%.
La domanda, quindi, è un'altra: se gli irlandesi continuano a giocare a calcio, perché l'Irlanda non riesce più a produrre una nazionale stabilmente tra le migliori?
La risposta non può essere semplicemente la crescita della GAA, la federazione degli sport gaelici, o del rugby. Nelle scuole primarie, nel 2022, il calcio era ancora lo sport più praticato dai ragazzi, con il 54%, e dalle ragazze, con il 36%. Nelle scuole secondarie era ancora primo tra i ragazzi, con il 46%.
Il problema è ciò che succede dopo.
L'Irlanda dispone di tre grandi culture sportive che convivono e si contendono spazio e attenzione, ma hanno costruito modelli differenti. La GAA, soprattutto, non è soltanto una federazione: è una rete sociale fatta di club, contee, scuole, volontari, impianti, tornei e identità locale. Un sistema nel quale il ragazzo non entra soltanto in una squadra, ma in una comunità.
Nel 2022 il censimento irlandese ha contato 286.887 volontari impegnati in organizzazioni sportive, il 6% della popolazione. Lo sport è risultato di gran lunga il principale settore del volontariato organizzato. E nella rilevazione Sport Ireland del 2023, il calcio gaelico risultava lo sport con la maggiore presenza tra gli spettatori: l'8% aveva assistito a una partita nelle settimane considerate, contro il 6% del calcio e il 2% del rugby.
Non significa che il calcio sia marginale. Significa che la nazionale di calcio non vive dentro un vuoto sportivo: compete con altre identità fortissime.
La storia della GAA è significativa. Nel 1971 l'associazione cancellò la Rule 27, che impediva ai propri membri di giocare o assistere agli sport considerati "stranieri", tra cui calcio e rugby. Nel 2001 cadde anche la Rule 21, che impediva l'adesione ai membri delle forze di sicurezza britanniche. Nel 2005, infine, la Rule 42 fu temporaneamente sospesa per permettere a calcio e rugby di utilizzare il Croke Park durante la ristrutturazione di Lansdowne Road.
Da allora la GAA è passata dalla difesa dell'identità nazionale alla gestione di una parte fondamentale dell'identità sportiva irlandese. Nel bilancio relativo al 2025 indica 13,1 milioni di euro di finanziamenti statali complessivi. Nel 2024 ha distribuito 18,3 milioni alle proprie unità, mentre i contributi operativi alle contee hanno raggiunto 7,7 milioni. A ciò si aggiunge un programma quadriennale da 50 milioni destinato al coaching e al games development.
Lo Stato non ha semplicemente finanziato la GAA a scapito del pallone. I dati non lo dimostrano. Mostrano però come la GAA abbia costruito nel tempo un'infrastruttura sportiva e sociale capace di trasformare le risorse in presenza territoriale.
Perfino la politica linguistica entra in campo: nel 2022 il governo ha finanziato con 382.216 euro un programma triennale nella Gaeltacht di Galway e Tuar Mhic Éadaigh, coinvolgendo fino a 47 scuole e circa 612 alunni nell'insegnamento di calcio gaelico, hurling e pallamano attraverso l'irlandese.
Il rugby occupa uno spazio diverso. Nel 2025 lo praticava appena lo 0,7% della popolazione adulta, contro il 4,7% del calcio e il 3,9% del calcio gaelico. La sua forza, però, non si misura soltanto nei praticanti, ma nel prodotto d'élite: Sei Nazioni, nazionale, scuole, club e televisione. Nel 2024 il pubblico televisivo medio delle partite maschili del Sei Nazioni è stato oltre dieci volte quello delle partite femminili della stessa competizione.
Il rugby irlandese ha costruito un modello nel quale il vertice internazionale alimenta l'immagine dell'intero movimento. Il calcio, per contro, ha avuto per anni una nazionale che rappresentava il vertice di un sistema domestico molto più fragile.
Qui entra in gioco la dimensione finanziaria. I soldi ci sono, ma per anni il sistema non ha funzionato.
Nel 2018 il governo irlandese lanciò la National Sports Policy 2018-2027, promettendo di raddoppiare l'investimento pubblico nello sport, da circa 112 milioni a oltre 220 milioni entro il 2027. L'obiettivo è stato raggiunto in anticipo: il Budget 2025 ha portato gli stanziamenti complessivi per lo sport oltre i 230 milioni.
Nel 2024 Sport Ireland ha ricevuto 108,8 milioni: 99,2 milioni di spesa corrente e 9,6 milioni di capitale. Anche il calcio ha ricevuto risorse: tra il 2020 e il 2024 sono stati destinati 71 milioni a progetti specificamente calcistici attraverso il Community Sport Facilities Fund e altri 52,4 milioni attraverso il Large Scale Sport Infrastructure Fund.
Ma il calcio irlandese ha pagato un prezzo enorme per la crisi istituzionale della FAI.
Nel 2019 la federazione è sprofondata in una grave crisi finanziaria e di governance. Il salvataggio pubblico del 2020 prevedeva un pacchetto da 30,8 milioni per il quadriennio 2020-23, mentre nella precedente fase di sostegno la FAI aveva ricevuto oltre 67,4 milioni di finanziamenti pubblici attraverso diversi canali.
La federazione ha dovuto ricostruire la propria credibilità mentre il calcio avrebbe avuto bisogno soprattutto di costruire il proprio futuro. Nel 2023 ha registrato un surplus di 3,5 milioni su un turnover di 62,3 milioni e ha ricevuto 5,8 milioni da Sport Ireland per i programmi calcistici.
Il problema, quindi, non è soltanto quanti soldi siano entrati, ma quanto tempo il calcio irlandese abbia perso per poterli utilizzare bene.
La fotografia più crudele sono i campi. Nel 2024 la stessa FAI sosteneva che il 43% dei terreni utilizzati fosse inadeguato, che il 31% dei club non disponesse di un numero sufficiente di campi e che fossero necessari oltre 1.000 nuovi terreni per soddisfare la domanda. La federazione indicava inoltre che il 55,2% dei club non possedeva direttamente il proprio impianto e che il 79,3% incontrava difficoltà legate alla continuità dei finanziamenti.
È il grande paradosso: il Paese ha bambini che giocano a calcio, pubblico, talento e denaro pubblico, ma per decenni non ha avuto un sistema abbastanza solido per trasformare tutto questo in una filiera d'élite.
Il governo lo ha riconosciuto nel Budget 2026, stanziando 3 milioni per creare e rafforzare le academy della League of Ireland, con la motivazione che le strutture di sviluppo giovanile irlandesi non hanno tenuto il passo con quelle di altri Paesi.
La misura arriva dopo decenni nei quali i talenti irlandesi hanno spesso preso la strada dell'Inghilterra giovanissimi, entrando nei sistemi inglesi invece di crescere dentro una filiera professionistica nazionale.
Nel 2026 il governo ha destinato ulteriori risorse a tutti e tre i grandi mondi dello sport irlandese. Alla GAA sono andati 250.000 euro aggiuntivi di finanziamento ordinario, quasi 750.000 euro per lo sviluppo dell'hurling nelle aree non tradizionali e 1,6 milioni per i giocatori inter-county. All'IRFU sono stati destinati altri 250.000 euro di core funding e quasi 500.000 euro per i percorsi di alto rendimento del rugby femminile. Alla FAI sono arrivati 3 milioni per le academy della League of Ireland.
Tre risposte differenti alla stessa domanda: come si costruisce lo sport di domani?
Forse il problema dell'Irlanda non è aver perso il calcio, ma aver perso, almeno per una generazione, la capacità di trasformare il calcio popolare in calcio d'élite.
La grande Irlanda di Charlton nacque in un'epoca particolare, quando il sistema inglese era il naturale sbocco del talento irlandese e una generazione eccezionale di giocatori cresciuti in quel circuito poteva riunirsi sotto la stessa maglia.
Oggi il contesto è cambiato. La GAA ha rafforzato ulteriormente la propria rete, il rugby ha trasformato la nazionale in un prodotto sportivo di prima fascia e il governo ha moltiplicato gli investimenti nello sport. Il calcio, dopo anni di problemi alla FAI e di ritardi infrastrutturali, sta soltanto ora provando a ricostruire la propria filiera.
Eppure c'è un dato incoraggiante: nell'ultima stagione internazionale l'Irlanda è rimasta imbattuta per otto partite consecutive e ha battuto il Portogallo 2-0, prima di arrendersi ai rigori alla Repubblica Ceca nel playoff mondiale.
Non è ancora la squadra di Italia '90. Ma forse è proprio questo il punto. Per tornare a sognare un'altra Italia '90, l'Irlanda non deve convincere i propri ragazzi a smettere di giocare a rugby o agli sport gaelici. Deve costruire un sistema nel quale un bambino che sceglie il pallone a Galway, Cork o Dublino possa avere, vent'anni dopo, una strada professionistica abbastanza forte da non dipendere dal caso, dall'espatrio precoce o dalla generazione giusta.
La vera sfida è capire perché, mentre gli altri sport hanno costruito sistemi sempre più efficienti per trasformare la passione in identità e l'identità in prestazione, il calcio irlandese abbia impiegato così tanto tempo per provare a fare lo stesso.
Forse è proprio lì, molto prima del fischio d'inizio, che si è aperta la crepa tra l'Irlanda di Jack Charlton e quella di oggi.
Roberto Rizzuto
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